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  • Roma – 4 marzo 2016 – Prima parte
    Jul 1 2026
    Il 4 marzo 2016 a Roma, in via Igino Giordani, un ragazzo di 23 anni, Luca Varani, fu assassinato da due persone più grandi di qualche anno: Manuel Foffo e Marco Prato. Non fu solo un omicidio: Luca Varani fu torturato, colpito più di 100 volte con un martello e due coltelli. Ci fu, da parte degli assassini, ferocia e crudeltà verso una persona che non conoscevano, nel caso di Foffo, o conoscevano solo superficialmente, nel caso di Prato. Dissero che l’avevano fatto per capire che cosa si prova a fare del male a qualcuno. Appena due giorni dopo il delitto, nella puntata di una trasmissione televisiva, furono resi noti i verbali d’interrogatorio di uno dei due arrestati quando l’altro doveva essere ancora interrogato. E questo rappresentò un evidente danno per l’indagine. Di quel delitto si discusse a lungo, alla ricerca di spiegazioni. Fu quasi rassicurante pensare che i due avessero agito sotto l’effetto di grandi quantità di cocaina e alcol. Ma i giudici del processo esclusero, in base alle perizie, l’incapacità di intendere e di volere. Luca Varani fu raccontato secondo stereotipi e luoghi comuni e così i suoi assassini con rappresentazioni che mischiarono tutto, rendendo quasi indistinguibili le azioni di vittima e assassini. A distanza di tempo è possibile riordinare i fatti tentando di andare all’origine di quel delitto, analizzando anche come la giustizia affrontò una storia così violenta e apparentemente senza motivazioni. Se è vero che fu un caso senza un movente materiale e concreto, è anche vero che un movente c’è sempre e in questo caso, come in altri, risiede nella psicologia di chi commise il delitto. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    58 Min.
  • Roma – 4 marzo 2016 – Seconda parte
    Jul 1 2026
    Il 4 marzo 2016 a Roma, in via Igino Giordani, un ragazzo di 23 anni, Luca Varani, fu assassinato da due persone più grandi di qualche anno: Manuel Foffo e Marco Prato. Non fu solo un omicidio: Luca Varani fu torturato, colpito più di 100 volte con un martello e due coltelli. Ci fu, da parte degli assassini, ferocia e crudeltà verso una persona che non conoscevano, nel caso di Foffo, o conoscevano solo superficialmente, nel caso di Prato. Dissero che l’avevano fatto per capire che cosa si prova a fare del male a qualcuno. Appena due giorni dopo il delitto, nella puntata di una trasmissione televisiva, furono resi noti i verbali d’interrogatorio di uno dei due arrestati quando l’altro doveva essere ancora interrogato. E questo rappresentò un evidente danno per l’indagine. Di quel delitto si discusse a lungo, alla ricerca di spiegazioni. Fu quasi rassicurante pensare che i due avessero agito sotto l’effetto di grandi quantità di cocaina e alcol. Ma i giudici del processo esclusero, in base alle perizie, l’incapacità di intendere e di volere. Luca Varani fu raccontato secondo stereotipi e luoghi comuni e così i suoi assassini con rappresentazioni che mischiarono tutto, rendendo quasi indistinguibili le azioni di vittima e assassini. A distanza di tempo è possibile riordinare i fatti tentando di andare all’origine di quel delitto, analizzando anche come la giustizia affrontò una storia così violenta e apparentemente senza motivazioni. Se è vero che fu un caso senza un movente materiale e concreto, è anche vero che un movente c’è sempre e in questo caso, come in altri, risiede nella psicologia di chi commise il delitto. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    54 Min.
  • Genova, 21 luglio 2001
    Jun 10 2026
    Al termine del G8 di Genova, il 21 luglio 2001, ci fu quella che Amnesty International definì come «la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un paese occidentale dal dopoguerra». Furono i pestaggi compiuti dalla polizia nella scuola Diaz, dove alloggiavano giornalisti e manifestanti del Genoa Social Forum - in gran parte stranieri. Le torture proseguirono nella caserma di Bolzaneto, dove molte di queste persone furono portate dopo l’arresto. Erano manifestanti pacifici e giornalisti: di quelle 93 persone, nessun arresto fu poi convalidato, e in 80 casi l’arresto risultò illegittimo. Nel frattempo, 82 di loro avevano avuto bisogno di cure mediche dopo i pestaggi, e 62 erano state trasportate in ospedale. In questa puntata di Altre Indagini non c’è solo quello che accadde quella notte: ci sono gli episodi violenti dei primi giorni del G8, la percezione di chi avrebbe dovuto garantire l’ordine che per non mostrarsi debole fossero necessari molti arresti, non importa di chi. E il modo in cui quegli eventi furono raccontati dalla stampa, e i processi che seguirono. Altre Indagini è il podcast di Stefano Nazzi che ogni due mesi racconta una delle grandi vicende della storia italiana, con gli stessi approcci e rigori applicati alla cronaca nera in Indagini. Le storie di Altre Indagini sono disponibili sul sito e ⁠⁠⁠sull’app del Post⁠⁠⁠ per le persone abbonate: un modo per ringraziarle per la loro partecipazione al progetto del Post, che fa sì che il Post possa continuare a fare il suo giornalismo in modo gratuito per tutte e tutti. ⁠⁠⁠Se vuoi ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post⁠⁠⁠. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    8 Min.
  • Torino – 8 maggio 1996 – Prima parte
    Jun 1 2026
    Marina Di Modica, 39 anni, scomparve, a Torino l’8 maggio 1996. Era uscita dall’ufficio poco prima delle 17, si era fermata in due negozi a fare acquisti, era rientrata a casa e poi era uscita nuovamente, prima di cena. Da quel momento di lei non si è più saputo nulla. In casa era tutto in ordine, mancava però una cosa: una scatola contenente francobolli che la donna aveva trovato in solaio a casa della madre durante un trasloco. Sulla sua agenda, proprio alla data 8 maggio, c’era un appunto: «B. Cena Paolo x F.Bolli». Quell’appunto condusse prima la famiglia poi gli investigatori a una famosa azienda filatelica, la Bolaffi, e poi a un nome. Le indagini però dopo pochi mesi si fermarono. Vennero riprese cinque anni più tardi, dopo altri quattro anni si arrivò a un processo. La vicenda giudiziaria si chiuse solo nel 2011, 15 anni dopo la scomparsa della donna. La storia della scomparsa di Marina Di Modica è una storia intricata che ruota proprio attorno a quella scatola di francobolli. Ma c’entra anche il passato della persona che fu poi accusata di omicidio e processata. E ancora, alcune radiografie, la strana prenotazione per una visita, una cabina telefonica. E soprattutto la scomparsa di un’altra donna, Camilla Bini, avvenuta sette anni prima di quella di Marina Di Modica. Quella donna, per la cui sparizione le indagini furono frettolose e superficiali, lavorava proprio alla Bolaffi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    41 Min.
  • Torino – 8 maggio 1996 – Seconda parte
    Jun 1 2026
    Marina Di Modica, 39 anni, scomparve, a Torino l’8 maggio 1996. Era uscita dall’ufficio poco prima delle 17, si era fermata in due negozi a fare acquisti, era rientrata a casa e poi era uscita nuovamente, prima di cena. Da quel momento di lei non si è più saputo nulla. In casa era tutto in ordine, mancava però una cosa: una scatola contenente francobolli che la donna aveva trovato in solaio a casa della madre durante un trasloco. Sulla sua agenda, proprio alla data 8 maggio, c’era un appunto: «B. Cena Paolo x F.Bolli». Quell’appunto condusse prima la famiglia poi gli investigatori a una famosa azienda filatelica, la Bolaffi, e poi a un nome. Le indagini però dopo pochi mesi si fermarono. Vennero riprese cinque anni più tardi, dopo altri quattro anni si arrivò a un processo. La vicenda giudiziaria si chiuse solo nel 2011, 15 anni dopo la scomparsa della donna. La storia della scomparsa di Marina Di Modica è una storia intricata che ruota proprio attorno a quella scatola di francobolli. Ma c’entra anche il passato della persona che fu poi accusata di omicidio e processata. E ancora, alcune radiografie, la strana prenotazione per una visita, una cabina telefonica. E soprattutto la scomparsa di un’altra donna, Camilla Bini, avvenuta sette anni prima di quella di Marina Di Modica. Quella donna, per la cui sparizione le indagini furono frettolose e superficiali, lavorava proprio alla Bolaffi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    41 Min.
  • Castelluccio dei Sauri (Foggia) – 14 marzo 1998 – Prima parte
    May 1 2026
    Il 15 marzo 1998, due ragazze diciottenni furono registrate in una stanza della procura di Foggia mentre parlavano della morte di una loro amica, coetanea. Quella morte era stata considerata, inizialmente, un suicidio. C’era anche una lettera d’addio, scritta a macchina. Fu da quei dialoghi intercettati in procura che gli inquirenti ebbero la conferma di ciò che già sospettavano. Nadia Roccia, questo il nome della ragazza, era stata uccisa e poi, in maniera ingenua e inverosimile, era stato simulato il suo suicidio. A essere accusate, processate e condannate furono le sue due amiche: Anna Maria Botticelli e Maria Filomena Sica, che tutti chiamano Mariena. Confessarono, ma indicarono moventi assurdi, poco credibili. Si parlò, in quella indagine, di promesse mancate, di gelosie, di sogni in cui appariva il fantasma del padre di una delle due autrici del delitto. Non mancò la pista satanica. Un consulente criminologo parlò di follia a due, una rara sindrome psichiatrica, difficile da diagnosticare. E poi, anche al processo, di omosessualità latente, di innamoramenti segreti e non corrisposti. L’attenzione mediatica fu costante, il video dell’esperimento giudiziale in cui le due ragazze ricostruivano le fasi dell’omicidio finì nelle mani dei giornalisti. I processi ebbero poi un andamento ondivago nella determinazione della pena e si conclusero con un patteggiamento. A distanza di 28 anni, il movente dell’omicidio non è mai stato chiarito. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    48 Min.
  • Castelluccio dei Sauri (Foggia) – 14 marzo 1998 – Seconda parte
    May 1 2026
    Il 15 marzo 1998, due ragazze diciottenni furono registrate in una stanza della procura di Foggia mentre parlavano della morte di una loro amica, coetanea. Quella morte era stata considerata, inizialmente, un suicidio. C’era anche una lettera d’addio, scritta a macchina. Fu da quei dialoghi intercettati in procura che gli inquirenti ebbero la conferma di ciò che già sospettavano. Nadia Roccia, questo il nome della ragazza, era stata uccisa e poi, in maniera ingenua e inverosimile, era stato simulato il suo suicidio. A essere accusate, processate e condannate furono le sue due amiche: Anna Maria Botticelli e Maria Filomena Sica, che tutti chiamano Mariena. Confessarono, ma indicarono moventi assurdi, poco credibili. Si parlò, in quella indagine, di promesse mancate, di gelosie, di sogni in cui appariva il fantasma del padre di una delle due autrici del delitto. Non mancò la pista satanica. Un consulente criminologo parlò di follia a due, una rara sindrome psichiatrica, difficile da diagnosticare. E poi, anche al processo, di omosessualità latente, di innamoramenti segreti e non corrisposti. L’attenzione mediatica fu costante, il video dell’esperimento giudiziale in cui le due ragazze ricostruivano le fasi dell’omicidio finì nelle mani dei giornalisti. I processi ebbero poi un andamento ondivago nella determinazione della pena e si conclusero con un patteggiamento. A distanza di 28 anni, il movente dell’omicidio non è mai stato chiarito. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    59 Min.
  • Palermo, 16 gennaio 2023
    Apr 10 2026
    Matteo Messina Denaro è stato a lungo, per i mafiosi, una figura quasi mitologica: l’ultimo tra i capi della Cosa Nostra dell’epoca stragista a essere ancora in circolazione, latitante da trent’anni, imprendibile. Dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, nel 2006, rimase l’unico in libertà tra i capi mafiosi che avevano partecipato nel 1992 alla riunione di Castelvetrano. Era la riunione in cui Totò Riina aveva imposto la strategia stragista: colpire persone con ruoli istituzionali o molto popolari, anche fuori dalla Sicilia, per fare pressioni sullo Stato affinché alleggerisse le posizioni dei mafiosi in carcere. E poi, a gennaio 2023, Messina Denaro è stato finalmente trovato e arrestato. Matteo Messina Denaro era scomparso a giugno del 1993, a 31 anni, ed è stato ritrovato che ne aveva 61. Nel frattempo era diventato uno dei capi più influenti di Cosa Nostra, e aveva guidato la sua trasformazione: meno morti, più affari, questa era diventata la nuova regola. Era un mafioso imprenditore. Altre Indagini è il podcast di Stefano Nazzi che ogni due mesi racconta una delle grandi vicende della storia italiana, con gli stessi approcci e rigori applicati alla cronaca nera in Indagini. Le storie di Altre Indagini sono disponibili sul sito e ⁠⁠sull’app del Post⁠⁠ per le persone abbonate: un modo per ringraziarle per la loro partecipazione al progetto del Post, che fa sì che il Post possa continuare a fare il suo giornalismo in modo gratuito per tutte e tutti. ⁠⁠Se vuoi ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post⁠⁠. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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    9 Min.