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Neighbours

Neighbours

De : Serenella Martufi Maddalena Colombi NFO Radio
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À propos de ce titre
The world is made of neighbours© 2026 Serenella Martufi, Maddalena Colombi, NFO Radio Beziehungen Hygiene & gesundes Leben Sozialwissenschaften
épisodes
  • Neighbours - Vicini vicinae - S01E06
    6 Nov 2026

    Per crescere un* bambin* serve un villaggio.
    E per sostenere una mamma, forse un palazzo?

    Una madre deve accogliere e contenere e sostenere il suo bambino nella crescita, ma per poterlo fare ha bisogno che qualcun*, all'esterno, faccia lo stesso con lei. Qualcun* che la accolga, contenga, sostenga.


    Come avrete capito, oggi neighbours parla di genitorialità. Cosa possono diventare le relazioni di vicinato, per le madri sole? Quanto pronte siamo a sdoganare la fatica genitoriale e quanto il vicinato può venire in aiuto per limitare l’isolamento come fattore di rischio per una genitorialità sana?

    Ne parliamo con Marta Colombi, pedagogista, formatrice ed educatrice home visiting per la cooperativa Crinali di Milano


    Siamo Serenella e Maddalena, e ogni settimana viaggeremo tra androni e ballatoi a tutte le latitudini per raccogliere le vostre storie di vicinato! Con l’aiuto di espert* sui temi sollevati, analizzeremo e commenteremo i vostri racconti, apriremo improbabili sportelli condominiali, perché, anche se ancora non lo sapete: sul pianerottolo ci sta tutto il mondo!

    [TRADUZIONE messaggio Elke]
    Ciao, mi chiamo Elke e sono la mamma di due bambine, una di tre anni e una di sette anni, e sono sola ormai da tre anni. Il loro papà è morto dopo anni di malattia. Ciò che mi ha aiutato molto in passato è stato l'aiuto degli altri intorno a me, e un esempio che per me significa molto è successo a un certo punto con la grande. Lei ha problemi a gestire le sue emozioni ed è seguita da uno psicologo. E a un certo punto, lo psicologo voleva lanciare un appello per trovare una famiglia affidataria, in modo che io potessi avere almeno un po' di riposo una volta alla settimana. E io racconto ad alcuni vicini che, ecco, è dura e che cercheremo una famiglia affidataria giusto per potermi sollevare un pochino e permettermi di avere un momento di riposo ogni settimana per riprendermi un po'. E in realtà, la sera stessa, questa famiglia mi manda un messaggio dicendo che vogliono impegnarsi ad accudire, ad andare a prendere le bambine una volta alla settimana e a riportarle il giorno dopo.

    L'impegno della famiglia affidataria e anche il modo in cui lo hanno fatto, è venuto davvero da loro stessi. Mi ha toccato moltissimo ed è stata la cosa migliore che potesse succedermi in quel momento, credo. Ormai è da un anno che le bambine ci vanno una volta alla settimana. Sempre. Mi commuove co
    sì tanto che facciano questo per me. Anche loro hanno due figli. Ed è nella nostra stessa via. Quindi anche le mie bambine conoscono il quartiere, non è lontano da me e... ecco. All'inizio è stato difficile, ovviamente, c'è voluto un po' di lavoro, diciamo, per motivarle ad andarci. Ma ora, dopo un anno, va davvero benissimo. A volte sono stanche, certo, o non ne hanno 'voglia' tra virgolette. Ma quando non ci vanno per qualche settimana, sono loro a chiedere di andare. E io non so come ringraziarli. Sono così... questo ha cambiato la mia vita. Da allora posso respirare di nuovo un po' quando è dura. So che sta per arrivare il venerdì, è il venerdì che le bambine vanno a dormire lì e... ecco.

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    41 min
  • Neighbours - So'Stanze - S01E05
    30 Oct 2026
    Scorrono sostanze nel palazzo. Alcune indefinite, altre fin troppo chiare!Vicini faticano a trovare l'incontro. Colpa della Brexit o di disagi più profondi che si riescono a malapena a nominare? Quanto ne capiamo di droga e dipendenze, ma soprattutto come incidono queste nelle relazioni di vicinato? Quanto la difficoltà di dialogo dipende in realtà dall’assenza a se stessi, che è propria della tossicodipendenza?In questa puntata cerchiamo di capire come farci carico della marginalità. E se la chiave fosse tenere insieme solidarietà e sicurezza, e gettare la cura oltre l’ostacolo? Ne parliamo con Aldo Iezza, psicologo e responsabile del centro terapeutico e riabilitativo Il Camino.Alert: La storia di Ben e’ in Inglese, ma anche se lo sappiamo che siete tutt* vicin* poliglott*, Serenella userà la sua proverbiale britishness per un riassunto da Queen!Siamo Serenella e Maddalena, e ogni settimana viaggeremo tra androni e ballatoi a tutte le latitudini per raccogliere le vostre storie di vicinato! Con l’aiuto di espert* sui temi sollevati, analizzeremo e commenteremo i vostri racconti, apriremo improbabili sportelli condominiali, perché, anche se ancora non lo sapete: sul pianerottolo ci sta tutto il mondo![TRADUZIONE messaggio Ben]La storia è ambientata a Bruxelles, forse nel 2012. Vivevo in un appartamento bello, abbastanza grande, luminoso e spazioso, insieme alla mia coinquilina. Probabilmente ci abitavo da circa nove mesi e fino a quel momento era andato tutto bene. Sai, ci divertivamo e ci godevamo la vita.Poi una notte, verso le 3 del mattino, un martedì qualunque, mi sono svegliato di soprassalto. Dormivo e mi sono svegliato e ho pensato: cos’è successo? Cos’è questo rumore? E mi sono reso conto che c’era un colpo, un battere che veniva da sotto, dal soffitto del piano di sotto, e poi si è fermato di colpo. Ho pensato: ok, strano. Ma non ci ho dato molto peso. Sono tornato a dormire. Fastidioso, ovviamente, perché il giorno dopo ero stanco al lavoro, ma nulla di grave.Poi, forse qualche giorno dopo, una settimana dopo, è successo di nuovo. Era a metà settimana, io dormivo e ho sentito questo battere a caso. E questo è praticamente quello che è successo a orari stranissimi nelle settimane successive, forse per un mese circa: semplicemente colpi casuali sul soffitto nel cuore della notte, che io immaginavo fossero del vicino del piano di sotto, in piedi su un tavolo con una specie di scopa a battere contro il soffitto.Ora, perché mai faresti una cosa del genere, a meno di essere davvero pazzo? Pensavo: ma sarò io? Forse russo troppo forte? Sarà la mia coinquilina? Cammina in giro con gli stivali o cosa? Alla fine scendiamo di sotto e parliamo con il vicino, in francese. Il mio francese non è granché e la conversazione non è andata molto lontano. Non abbiamo ottenuto una vera risposta, ma quello che avevamo dedotto su di lui era che sicuramente prendeva qualcosa, magari molte cose. Aveva un giro interessante di visitatori, che vedevamo ogni tanto quando entravamo o uscivamo dal palazzo. E durante la conversazione che abbiamo avuto con lui, e credo che ci fosse anche il padrone di casa, ha detto qualcosa tipo: «Oui mais tu es anglais, hein?» («Sì, ma tu sei inglese, eh?»).Ho pensato che fosse una ragione davvero ottima per giustificare il fatto di battere a caso sul soffitto alle 3 del mattino: il fatto che fossi inglese. E ovviamente era prima della Brexit, quindi i rapporti tra il Regno Unito e i paesi europei non si erano ancora deteriorati.Le cose sono andate avanti così per un po’. Il vicino non ha dato nessuna vera spiegazione, a parte dire: «Beh, sì, ma siete inglesi». Nessuna vera ragione per il suo comportamento, né se potevamo cambiare qualcosa noi.Finché, qualche mese dopo, siamo tornati a casa e abbiamo notato che c’era del liquido davanti alla porta. E questo ha cominciato a succedere sempre più spesso. C’era del liquido davanti alla porta e, annusandolo, abbiamo capito che era urina. In pratica questo tizio saliva le scale mentre eravamo al lavoro e pisciava davanti alla nostra porta. Poi, una settimana dopo circa, siamo tornati a casa e la porta era stata sfondata a calci: era entrato in casa. Non aveva rubato niente, non c’era granché da rubare. Ma insomma, abbiamo chiamato la polizia.Ce ne siamo andati abbastanza in fretta dopo quell’episodio, ma è stata un’esperienza stranissima. Ripensandoci ora ci rido su, ma all’epoca è stato incredibilmente stressante. E poi non capivo davvero il perché. Prima i colpi, poi pisciare davanti alla nostra porta e poi entrare in casa nostra. Non abbiamo mai saputo la ragione per cui ci abbia fatto tutto questo. Ma insomma, ormai sono quasi 15 anni, ed è una storia divertente. All’epoca è stato piuttosto stressante, ma sì, bisogna stare attenti a dove si va a vivere.
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    45 min
  • Neighbours - Co-housing: La stoffa che ci vuole! - S01E04
    23 Oct 2026
    [A seguire: TRADUZIONE messaggio Isabel]Che stoffa ci vuole per fare un co-housing? Tanta, soprattutto se devi confezionare borsette di tela! Quante volte avete detto con le amiche: « andiamo a vivere tutte insieme, sarà bellissimo, risate, comunità e aiuto pratico! ». Ma siamo veramente pronte a lasciare le nostre idiosincrasie, cattive abitudini e lati oscuri, per il bene della comunità? In questa puntata ci sporgeremo dalla finestra di un co-housing, per osservare piccoli dispettucci quotidiani, omertà al profumo di incenso, e la sempiterna difficoltà a comunicare! Pensavamo sarebbe stato tutto fiori e yoga e invece no, la creazione di un co-housing è più complessa di ciò che si può credere!Ne parliamo con Giorgia Di Cintio – architetta e dottore di ricerca europeo sui temi dell'abitare sociale e collaborativo. Direttrice di Fondazione Impact Housing. Parleremo di come si costruisce un co-housing, e soprattutto di come cambiano le relazioni di vicinato quando si hanno spazi e principi che in teoria sono comuni, ma… come si dice l’occasione fa il vicino… ladro? O non si dice? Siamo Serenella e Maddalena, e ogni settimana viaggeremo tra androni e ballatoi a tutte le latitudini per raccogliere le vostre storie di vicinato! Con l’aiuto di espert* sui temi sollevati, analizzeremo e commenteremo i vostri racconti, apriremo improbabili sportelli condominiali, perché, anche se ancora non lo sapete: sul pianerottolo ci sta tutto il mondo![TRADUZIONE messaggio Isabel]Vivo in un “cohousing”, una forma di abitare collaborativo in un paesino vicino a Bruxelles. Siamo circa 50 persone, di cui 15 bambini, e condividiamo tutti una vecchia fattoria. Sono arrivata nel 2020, attratta dall’idea di vivere in modo collettivo come risposta alle sfide ambientali e sociali del nostro tempo. Ma la vita in comunità, come ho scoperto strada facendo, ha le sue frustrazioni silenziose. Vivere con 50 vicini significa condividere tutto: spazi comuni, pasti, riunioni, feste. E a volte questa vicinanza crea tensione. Non conflitti drammatici, ma un lento stillicidio di piccole cose che, giorno dopo giorno, cominciano a pesare.Vi racconto due storie che spiegano bene cosa intendo. Ecco la prima. Ho passato diverse settimane nel laboratorio di cucito della comunità a realizzare delle borsette di tela per un’attività che avevo all’aperto. Il giorno prima dell’evento sono andata a prenderli e non c’erano più. Ho mandato un messaggio a tutta la comunità. Silenzio. Nemmeno un “che strano” come risposta. Ho passato quasi tutta la notte a cucire 20 borsette nuove e sono arrivata all’attività esausta e molto abbattuta. Qualche mese dopo, a una festa a casa di alcuni vicini, ho visto le mie borsette originali appese come decorazione. Durante la festa non ho detto niente, ma il giorno dopo mi sono fatta coraggio, sono andata a bussare alla loro porta e gliel’ho raccontato. La risposta è stata più o meno: “Ah, le abbiamo trovate in soffitta, ci sembravano carine”. A quanto pare le aveva prese uno dei loro figli. Ci sono state delle scuse vaghe, mi hanno restituito le borsette, ma senza una vera assunzione di responsabilità. E io mi sono ritrovata con 20 borsette in più che ormai non mi servivano a niente.La seconda storia riguarda le mie lezioni di yoga. Le tengo nella sala polivalente della comunità e un lunedì, poco prima di cominciare, ho trovato una delle coperte che usiamo sul pavimento, fradicia e con un fortissimo odore di pipì di cane. Ho mandato un messaggio a tutti. Di nuovo, silenzio. Solo grazie a un incontro casuale con una vicina in giardino ho scoperto cos’era successo. Qualcuno aveva organizzato una festa e aveva portato il cane di un invitato nello spazio comune, sistemandolo sopra la coperta, e poi se n’era dimenticato. Il cane, naturalmente, ha fatto i suoi bisogni, e la persona era andata a riprenderlo e se n’era andata senza dire niente, violando, tra l’altro, il regolamento interno della comunità sugli animali negli spazi comuni.Quello che mi pesa di più non sono gli episodi in sé, è il silenzio, il nascondersi dietro l’anonimato del gruppo, il modo in cui qualcuno può causare un problema, sapere di averlo causato e semplicemente sparire nel collettivo. E col tempo, questi silenzi si accumulano. Ognuno sembra piccolo. Tu lavi la coperta e vai avanti, cuci le borsette e vai avanti, ma il peso continua a crescere. Sono venuta al “cohousing” sperando di trovare qualcosa di diverso, un modo più consapevole e connesso di vivere. E per tanti aspetti l’ho trovato, ma mi sono anche ritrovata, come mi capita di dire, in un mondo in miniatura. Le stesse bolle, la stessa mancanza di tempo e la stessa tendenza a pensare: “Questo è un problema degli altri”, che esiste ovunque. E forse è proprio questa la vera lezione. Vivere in comunità non ci rende automaticamente più presenti l’uno per l’altro. Per quello credo serva qualcosa in più, ed...
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    34 min
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