Cibo e politica
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ESEMPI DEL RAPPORTO TRA CIBO E POLITICA
L’altra mattina ho aperto Threads (il mio social preferito) e ho visto la foto di una ragazza che mangiava una piadina. Nella didascalia, c’era scritto che non si può andare in Emilia senza mangiare una piadina crudo, squacquerone e rucola. I commentatori le hanno fatto notare che la piadina non è emiliana, ma romagnola.
Ed esistono dei movimenti che vorrebbero la creazione della regione Romagna, staccata dall’Emilia.
Il cibo, lo sappiamo, può essere molto identitario. Può essere una sorta di bandiera di un territorio più o meno esteso.
Idem i termini che li indicano: pensiamo alla diatriba brioche cornetto. O al fatto che al Nord braciola sia una cosa e al Sud un’altra. Nel primo caso, una sorta di bistecca e nel secondo degli involtini cotti nel sugo. O ai vari tipi di pizza.
Paradossalmente, la pizza è sia un emblema nazionale sia un segno delle identità regionali. Ma il cibo può essere anche una bandiera politica. Chi si ricorda lo slogan della Lega No al cous cous Sì alla polenta? È vero, era la lega bossiana e possiamo vederlo anche come un segno d’identità territoriale,
LA PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA
Alberto Grandi insegna storia del cibo all’università di Parma. Ha scritto un libro. Doi (denominazione di origine inventata), che è anche il nome del podcast che conduce insieme a Daniele Soffiati. Insieme hanno scritto il saggio La cucina italiana non esiste.
Il concetto di fondo è: molti piatti che reputiamo carichi di tradizione sono in realtà molto recenti. È stato inventato un passato ed è stato inventato dopo la fine del boom economico, durante una crisi economica molto forte quando il futuro ha iniziato a fare paura. In una puntata, hanno ricordato la pastasciutta antifascista, pasta in bianco offerta in piazza da Alcide Cervi per festeggiare la caduta di Mussolini.
La pastasciutta antifascista è tuttora una tradizione della sinistra italiana. Alcide era il padre dei sette fratelli Cervi, uccisi dai nazifascisti e ricordati dalla canzone dei Gang La pianura dei sette fratelli.
La casa dei Cervi adesso è un museo e ogni anno propone la pastasciutta antifascista. Ma perché sarebbe antifascista? Mussolini cercò di disincentivarne il consumo. Un po’ perché, come spiega Alberto Grandi, la pasta come la conosciamo oggi è un prodotto che arriva dagli Stati Uniti, quindi era visto come un cibo straniero.
Un po’ perché voleva rendere l’Italia autosufficiente nella produzione del grano. La famosa battaglia del grano, appunto. È chiaro che un consumo massiccio di pasta ostacolava questo progetto. Inoltre, secondo i futuristi la pasta rammollisce.
TERRIORIALE?
Quando è andato ospite di Tintoria, Grandi ha fatto notare che molti piatti identitari sono in realtà varianti locali di cibi transnazionali.
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