Olimpia Racconta - Le Olimpiadi Invernali 4 EPISODIO Titelbild

Olimpia Racconta - Le Olimpiadi Invernali 4 EPISODIO

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Über diesen Titel

Ultimo episodio di “Olimpia racconta” le olimpiadi invernali, il podcast che ti rende partecipe di alcuni dei momenti più belli, incredibili ed emozionanti della lunga avventura dei Giochi olimpici invernali. In questo nostro ultimo episodio voglio portarti dentro due storie che, più di tante altre, raccontano l’essenza profonda delle Olimpiadi, attraverso atleti che hanno incarnato alla perfezione quello spirito riassunto dalla celebre frase attribuita al barone De Coubertin: “l’importante non è vincere, ma partecipare”. E sono sicuro che, ascoltando le vicende dei protagonisti di questo episodio, il barone ne sarebbe orgoglioso. Curiosamente entrambe le nostre storie ci riportano allo stesso anno, il 1988, e alla stessa Olimpiade, quella di Calgary, in Canada: un’edizione che ha visto nascere due avventure destinate a entrare nel cuore della gente. ​ Se ti dico “Giamaica”, cosa ti viene in mente? Bob Marley e il reggae, i velocisti e le velociste che dominano l’atletica mondiale, Usain Bolt, le spiagge assolate, il mare turchese di un paradiso caraibico. Di certo non penseresti: ghiaccio, neve, bob e quattro atleti ai Giochi invernali. E invece in questo ultimo episodio voglio proprio raccontarti l’incredibile nascita della nazionale giamaicana di bob. Sì, hai capito bene: bob. Tutto comincia verso la fine degli anni Ottanta, quando due uomini d’affari statunitensi, George B. Fitch e William Malone, residenti sull’isola, hanno un’idea che a molti appare folle: creare una squadra giamaicana di bob. A ispirarli sono le gare di carretti a spinta che in quegli anni si disputano spesso sulle strade dell’isola. Guardando quelle competizioni, notano una certa somiglianza con il bob: niente ghiaccio, certo, ma la partenza – la fase più importante – assomiglia moltissimo a quella dello sport invernale. E in Giamaica, di atleti veloci, ce ne sono tanti. Da qui l’idea: perché non reclutare alcuni di quei velocisti e trasformarli in bobbisti? ​Il sogno di Fitch e Malone però si scontra subito con la diffidenza dei giamaicani. ​Per la maggior parte di loro, la strada “seria” è l’atletica, non certo un bob lanciato sul ghiaccio dall’altra parte del mondo. ​In fondo, l’unico “Bob” di cui vale la pena occuparsi, sull’isola, sembra rimanere Marley. ​Ma i due americani non si arrendono: si rivolgono al colonnello delle forze armate giamaicane, Ken Barnes, che in poco tempo trova i primi tre volontari. ​Sono il capitano dell’Aeronautica Dudley Stokes, il tenente Devon Harris e il riservista Michael White; a loro si aggiungono presto Freddie Powell, Clayton Solomon e Caswell Allen. ​ Formata la squadra, resta un problema non proprio secondario: i soldi. ​Il comitato olimpico giamaicano preferisce investire sulla più sicura e collaudata atletica leggera. ​Così è lo stesso Fitch a farsi carico del progetto, finanziando l’impresa e riuscendo anche a ottenere un contributo dall’ente turistico giamaicano. ​Ma c’è ancora un altro ostacolo enorme da superare: dove allenarsi? ​ Di sicuro non in Giamaica…. La neonata nazionale di bob è costretta a volare all’estero: prima negli Stati Uniti, a Salt Lake City, poi in Austria, sotto la guida tecnica di Sepp Haidacher. ​I duri allenamenti servono a prendere confidenza con la specialità, ma anche, pian piano, a farsi conoscere e a guadagnare la simpatia del pubblico. ​Alla fine gli sforzi vengono premiati: la Giamaica si qualifica per i Giochi di Calgary con un equipaggio per il bob a due e uno per il bob a quattro. ​Ai Giochi, la squadra non sfigura affatto. ​Nel bob a due chiude al 22º posto su 41 equipaggi, un risultato che permette di guardare con cauto ottimismo alla gara del bob a quattro. ​L’equipaggio del bob a quattro è composto dal pilota Dudley Stokes, dal frenatore Michael White e da Devon Harris e Chris Stokes. ​La loro storia ha già fatto il giro del villaggio olimpico: quando si schierano al via, sugli spalti cresce una simpatia quasi contagiosa per questi “reggae boys” catapultati sul ghiaccio canadese. ​Le prime due manche si chiudono con la Giamaica al 24º e 25º posto su 26 equipaggi. ​Non sono lì per vincere, e lo sanno: sono lì per esserci, per partecipare, per dimostrare di poter stare in pista nonostante lo scetticismo di molti. ​Poi arriva la terza manche. ​Tutto fila liscio fino alla famigerata curva “Kreisel”. ​È lì che accade l’irreparabile: Stokes perde il controllo del bob, il mezzo si rovescia violentemente e comincia a scivolare sul ghiaccio per decine di metri, come un proiettile metallico senza guida. ​Lo stadio trattiene il fiato. ​Nessuno sa cosa stia succedendo sotto quella carcassa rovesciata. ​Sono secondi infinitamente lunghi: il tempo sembra fermarsi, la tensione è quasi tangibile. ​Poi, lentamente, i quattro giamaicani riemergono da sotto il bob. ​Sono illesi. ​E fanno qualcosa di ...
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