Scout Motors e il ritorno dell'icona americana. Titelbild

Scout Motors e il ritorno dell'icona americana.

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Il 24 ottobre 2024, davanti a una folla di tremila persone riunite nelle colline fuori Nashville, un fuoristrada si è acceso nel buio.Nessun lancio di app. Nessuna keynote illuminata da proiettori freddi. Solo il rombo di un motore — o meglio, il silenzio di un motore elettrico — e la sagoma di qualcosa che molti in quella folla conoscevano senza averlo mai guidato. Erano passati esattamente quarantaquattro anni dall’ultimo Scout uscito dalla catena di montaggio. Quarantaquattro anni è una vita intera. Ma quella notte a Nashville sembrava un mattino.Le icone non tornano perché il mercato le richiede. Tornano perché il tempo le rende di nuovo necessarie. E c’è una differenza profonda tra le due cose.Non si tratta di nostalgia. Si tratta di necessità.Il mercato chiede trend. La necessità chiede verità. E Scout, in questo momento storico preciso — nell’era dei veicoli autonomi, dei cruscotti touch-screen, del lusso digitale — rappresenta qualcosa di radicalmente diverso: la memoria di un’America che sapeva cosa voleva, dove andava, e come arrivarci con le proprie mani.Scout non era un’automobile. Era una postura.Nel 1960, International Harvester — azienda nata nel 1902 dalla fusione di cinque produttori di macchinari agricoli con il sostegno finanziario di J.P. Morgan — decise di costruire qualcosa di completamente diverso dai trattori e dai camion da lavoro che aveva prodotto per decenni. Il risultato fu il primo Scout: un veicolo a quattro ruote motrici compatto, utilitario, pensato per chi viveva lontano dall’asfalto e aveva bisogno di un mezzo che non si arrendesse mai.Era l’America di frontiera, rielaborata per l’era del dopoguerra. Non il lusso californiano, non la corsa spaziale, non Madison Avenue. Era il Mid-West, le Blue Ridge Mountains, i canyon dell’Arizona. Era il posto dove la distanza tra due punti non si misurava in chilometri ma in ore di silenzio.Scout conquistò una fedeltà rara — quella che non si ottiene con la pubblicità, ma con l’esperienza diretta. Nel 1977, il pilota Jerry Boone vinse la leggendaria Baja 1000 su un Scout, con due ore di vantaggio sul Jeep avversario. L’anno successivo, vinse ancora. In quegli anni, Scout non era un prodotto aspirazionale per chi sognava l’avventura dal divano. Era il mezzo scelto da chi l’avventura la praticava sul serio.Scout non era un modo di spostarsi. Era un modo di stare al mondo.Poi arrivò il 1980. La crisi petrolifera aveva cambiato i parametri del mercato, e International Harvester stava affrontando difficoltà finanziarie che la porteranno, nel 1985, a cedere il settore dei veicoli pesanti a Navistar. La produzione di Scout si fermò. Nessun grande annuncio, nessuna cerimonia di addio. Semplicemente, un giorno smisero di costruirli.Ma un marchio che ha costruito identità autentica non scompare davvero. Entra in ibernazione. Aspetta. E aspetta il momento in cui il mondo torni ad avere bisogno di ciò che rappresentava.Volkswagen ha acquisito il marchio Scout nel 2021. Una scelta che, in prima lettura, sembra paradossale.Un gruppo automobilistico tedesco che resuscita il simbolo dell’autarchia americana. Ma la logica è più sottile di quanto appaia. Volkswagen non ha comprato Scout per fare un SUV elettrico di più. Ha comprato Scout perché Scout era, ed è, qualcosa che Volkswagen non potrà mai costruire da zero: una storia vera. Una cicatrice sul paesaggio americano. Un nome che qualcuno ha tatuato sul braccio.Il CEO Scott Keogh — americano, con un passato in Audi e Volkswagen of America — ha costruito attorno a quel nome un team di ingegneri e designer con radici nell’off-road. Non è stata una scelta estetica, è stata una scelta di metodo. Il risultato, presentato quella sera fuori Nashville, sono due veicoli: il Terra, pickup, e il Traveler, SUV. Body-on-frame, assale rigido posteriore, differenziali bloccati, capacità di traino fino a 4.500 chili. Non è un compromesso tra heritage e funzionalità. È entrambe le cose, senza mediazione.Ma c’è un dettaglio che racconta il momento culturale meglio di qualsiasi analisi di mercato. Scout nasce come progetto full electric. Eppure, quando sono state aperte le prenotazioni — la sera stessa della presentazione — oltre l’80% dei 130.000 ordini è andato alla versione Harvester: il powertrain ibrido con range extender a benzina che garantisce oltre 800 chilometri di autonomia. Scout ha chiamato questo powertrain «Harvester», come un omaggio alle origini. Il mercato ha risposto scegliendo la versione che porta il nome del passato.Nell’era dell’intelligenza artificiale, l’analogico diventa aspirazionale. Scout lo sapeva prima di tutti.Non è un fallimento del progetto elettrico. È qualcosa di più interessante: è la conferma che l’icona ha una propria memoria, e questa memoria resiste persino alla tecnologia. Le persone che hanno prenotato uno Scout non stavano comprando un veicolo. Stavano comprando una ...
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